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«Di assoluzioni inappellabili si discuta, ma non con i toni del Cav»

Silvio Berlusconi ha rilanciato l’antica proposta dell’inappellabilità da parte del pm delle sentenze di assoluzione. Ne parliamo con il Presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia che ci dice: «Il tema è tecnicamente discutibile ma aspettiamo di leggere una proposta dettagliata. Non dimentichiamo che il pm ha già subìto delle limitazioni per le impugnazioni».

Come mai ha sentito l’esigenza di contrapporsi immediatamente alla dichiarazione di Silvio Berlusconi?

Non si è trattata di una nota dell’Anm. I giornalisti delle agenzie mi hanno interpellato e io ho espresso il mio parere.

Però l’onorevole Luciano Violante in una intervista ha detto: «L’Anm credo che dovrebbe prendere l’abitudine di tacere».

Noi esistiamo per parlare. L’Anm ha il compito statutario di intervenire, certo con sobrietà, nei dibattiti di interesse pubblico sui temi della giustizia. Questo arricchisce la discussione e consente alla politica di decidere meglio. Tacere vorrebbe quasi dire contravvenire al senso del nostro esistere. Noi non attacchiamo nessuno né stoppiamo possibili riforme:  queste espressioni sono tipiche enfatizzazioni giornalistiche.

Abbandoniamo il piano politico e passiamo al piano giuridico. Lei ha ricordato nella sua dichiarazione che già la Corte Costituzionale ha bocciato la legge Pecorella. E però nella relazione redatta dalla Commissione presieduta dall’ex Presidente della Consulta, Giorgio Lattanzi, c’è scritto: «la proposta si configura come compatibile con il quadro costituzionale». Quindi è superata la sentenza del 2007?

Per superare una sentenza della Corte Costituzionale occorre un nuovo pronunciamento della stessa Consulta. Certo, la posizione del presidente Lattanzi è di tutto rispetto. Credo anche io che il tema sia tecnicamente discutibile. Però non possiamo dimenticare che quella sentenza ha ribadito degli aspetti e che lo stesso principio di parità delle parti fa parte del nostro ordinamento. Dopo di che ci si siede attorno ad un tavolo, come ha fatto la Commissione Lattanzi, e si ragiona.

In che termini se ne può discutere? Lei cosa proporrebbe?

Già il pm ha avuto delle limitazioni significative con la legge Orlando, non compensate con altrettante limitazioni per l’imputato. Poi abbiamo già eliminato l’appello incidentale del pm. Al pm è preclusa la possibilità di appellare per doglianze sulla pena. E inoltre dopo una doppia conforme di assoluzione non ha un’ampia possibilità di ricorso per Cassazione. Eliminare totalmente le impugnazioni per la parte pubblica sarebbe eccessivo.  Quindi mi muoverei con cautela se si vuole imboccare questa strada di riforma. Ovviamente bisogna vedere come verrebbe articolata nel dettaglio la proposta che non risolverebbe il problema maggiore del sistema giustizia che è un altro.

Quale?

Ho letto l’ordinanza della Presidenza del Tribunale di Roma che sospende per sei mesi le assegnazioni al collegio dei processi provenienti da udienza preliminare. Il problema vero è quello dell’enorme quantità dei processi, su cui le impugnazioni del pm non incidono, attestandosi ad una percentuale inferiore al 2%. Mi permetto di dire che oltre i sacrosanti diritti dell’imputato, che è il soggetto principale del procedimento, esiste anche il diritto all’accertamento della verità. Il processo non può essere valutato da un solo punto di vista.

Su questo ha detto il presidente dell’Unione Camere Penali Caiazza: «Se dovessimo sposare il punto di vista delle parti civili dovremmo sempre accettare tutti i ricorsi del pubblico ministero».

Non dico che bisogna scompensare il processo e dare seguito ad ogni tipo di istanza della parte civile. Io guardo più alle vittime che alle parti civili. E poi c’è una esigenza superiore della collettività di sapere su certi fatti gravi, come le stragi o fatti che scuotono la tenuta del sistema democratico, quale sia la verità. Chiedo a chi fa la proposta: questi processi dovrebbero chiudersi con un primo grado? È possibile pensare, dal punto di vista di chi ha subìto sulla propria pelle il reato, che una sentenza magari mal scritta o mal fatta debba porre fine alla vicenda?

Però rimane sempre la possibilità di ricorrere in Cassazione. Anche perché se uno viene assolto in primo grado e condannato in secondo sarebbe vittima di un grave pregiudizio.

Capisco l’obiezione. Però ci sono dei casi in cui le sentenze possono essere scritte in maniera tale da non rendere manifestamente illogico il percorso argomentativo.

Prendiamo il caso di Alberto Stasi: assolto in primo e secondo grado. Poi la Cassazione rinvia per un altro appello e verrà definitivamente condannato. «Come può essere una sentenza espressa al di là di ogni ragionevole dubbio?», si chiede sempre Caiazza.

Sul ragionevole dubbio la giurisprudenza e il legislatore hanno ragionato ampiamente. Sappiamo che dopo una sentenza di assoluzione, in appello la condanna deve intervenire a determinate condizioni. Mi rendo conto che il problema esiste che le Sezioni Unite dalla sentenza Andreotti del 2003 si erano posto.  Se il legislatore vuole mettere mano alla riforma penso sia un tema da trattare con particolare cura tecnica e magari selezionare quali tipo di assoluzioni non poter impugnare.

Il professor Spangher ci ha detto: nella sentenza della Consulta del 2007 c’è un errore dell’estensore Flick che scrisse di “soccombenza del pm”.

Sono d’accordo con il professor Spangher però è lo stesso errore che fa lui stesso quando sostiene che bisognerebbe condannare il pm alle spese processuali qualora avesse avviato un procedimento inutile. Questo tipo di proposta che aveva lanciato nella Commissione Canzio risponde proprio a quel principio di soccombenza.

Non voglio metterla in contrapposizione col prof Spangher ma ci aiuta sempre a far emergere problemi di diritto: secondo lui è una patologia che il pm possa fare appello dopo una assoluzione con rito abbreviato raggiunta sulle sole sue carte.

Questa volta non sono d’accordo. Non capisco perché il pm dovrebbe rinunciare all’appello, senza un ampliamento istruttorio in danno. Non colgo l’eccentricità sollevata dal professor Spangher.

Però siete d’accordo che la questione vada affrontata dal punto di vista giuridico e non politico.

Sì, mi sembra riduttivo porre la questione nei termini in cui è stata proposta ieri da Berlusconi. Io sono intervenuto, sollecitato dai suoi colleghi, anche perché mi è sembrata sbagliata la rappresentazione per cui ‘troppi innocenti sono ingiustamente processati’. Qui nessuno si alza la mattina e sceglie di processare un innocente: ci sono notizie di reato, ci sono imputazioni che hanno la loro fondatezza e che meritano di essere coltivate. Poi il processo, nel contraddittorio delle parti, ci dirà se l’imputazione era infondata. La presunzione di innocenza vale per tutti ma questo non significa che i processi non si debbano fare e che ogni processo che si conclude con un’assoluzione non andava fatto.

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