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Dna, vince Melillo. Di Matteo attacca: Gratteri lasciato solo come Falcone

Il ballottaggio annunciato alla vigilia alla fine non c’è stato: Giovanni Melillo ha conquistato via Giulia al primo giro, diventando ufficialmente il nuovo procuratore nazionale antimafia con 13 voti. Una vittoria schiacciante, che agli occhi degli addetti ai lavori era già forse stata “annunciata” il 19 marzo scorso, quando a Napoli, feudo di Melillo, si è svolta la giornata in ricordo delle vittime di mafia, alla presenza della ministra Marta Cartabia. Ma per l’investitura ufficiale è stato necessario attendere questa mattina, quando il plenum ha confermato le aspettative, concedendo al procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri solo sette voti.

Con lui si sono schierati i togati Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, i due consiglieri di Autonomia e Indipendenza, i due laici della Lega e quello del M5S Fulvio Gigliotti, mentre sono stati cinque i voti incassati da Giovanni Russo, fino a ieri reggente della Dna dopo il pensionamento di Federico Cafiero de Raho, che ha potuto contare sull’appoggio di Magistratura Indipendente e del laico di Forza Italia Alessio Lanzi. Il favorito dai “bookmakers”, dunque, è stato eletto con il placet del gruppo di Area, i voti del presidente e del procuratore generale della Cassazione, Pietro Curzio e Giovanni Salvi, quelli di Unicost e dei laici M5S Filippo Donati, Alberto Maria Benedetti e del forzista Michele Cerabona. Un’elezione che ha richiesto un’ora di discussione, dopo quella dedicata alle corpose relazioni, e che ha contrapposto in particolare gli interventi dei togati antimafia Di Matteo e Ardita a quello del collega di Area Giuseppe Cascini. I primi convinti che la «bocciatura» di Gratteri rappresenti un segnale pericoloso per la lotta alla criminalità, ma anche un modo per isolarlo e lasciarlo in pasto ai clan, come accaduto a Giovanni Falcone, il secondo costretto a prendere le distanze dall’idea che la scelta di un candidato diverso possa rappresentare una «delegittimazione» e che le nomine possano essere commentate in termini di bocciature e promozioni. Tutti e tre i candidati, ha ricordato infatti Cascini, vivono «sotto scorta da decenni», un modo per bollare come riduttivo l’appunto dei due togati pro Gratteri.

Anche perché a prevalere, secondo le posizioni di chi ha scelto Melillo, sono stati soprattutto altri aspetti: la sua precedente esperienza in Dna da sostituto, durata ben nove anni, nonché le esperienze all’ufficio giuridico del Quirinale e come capo di gabinetto dell’allora Guardasigilli Andrea Orlando. E poi, questo uno dei leitmotiv della giornata, non basta fare antimafia per poter aspirare alla poltrona di via Giulia: anche l’esperienza con l’antiterrorismo non può che essere dirimente. Ma la discussione ha avuto soprattutto una connotazione politica. Ed è stato Di Matteo a non nascondere le implicazioni sociali della nomina, associando Gratteri a Falcone e definendolo l’unico – tra i tre – ad avvicinarsi a «quella visione del legislatore del 1991», che immaginava la Dna come «motore nevralgico della lotta alla mafia», che «è stata in parte tradita», correndo il rischio di «trasformarsi in una sorta di ufficio di rappresentanza, al più chiamato a regolare potenziali conflitti tra procure diverse». Proprio per tale motivo «una scelta di politica giudiziaria alta, e quindi non condizionata da giochi di potere di alcun tipo o peggio che mai da calcoli opportunistici» avrebbe richiesto di puntare su Gratteri.

L’uomo giusto, secondo Di Matteo, per la sua esperienza, la sua credibilità e, soprattutto, per la sua «da tutti riconosciuta indipendenza piena dal potere politico, per la sua estraneità alle patologie, purtroppo consolidate, del sistema correntizio, per la sua passione, per il coraggio che ha avuto anche nel sovrapporsi al serio rischio della sua incolumità». Una indipendenza dimostrata in maniera netta soprattutto nel periodo che ha preceduto la nomina: Gratteri, infatti, si è schierato più di chiunque altro contro le politiche della Guardasigilli, giocandosi il tutto per tutto e portando alle estreme conseguenze la sua immagine di uomo antisistema. Ma il punto, secondo Di Matteo e Ardita, è anche un altro: se la ‘ndrangheta è da tutti ormai riconosciuta come la mafia più potente al mondo, continuare ad affidare la guida della Dna solo a esperti di Camorra e Cosa Nostra sarebbe illogico. Poi l’affondo: «È indiscutibile che il dottor Gratteri è particolarmente sovraesposto e particolarmente a rischio – ha sottolineato Di Matteo -. In questa situazione temo che una scelta eventualmente diversa suonerebbe come una sorta di bocciatura dell’operato del dottor Gratteri» e «una ennesima presa di distanza istituzionale pericolosa e foriera di ulteriori rischi. Noi oggi dobbiamo anche avvertire la responsabilità di non cadere in quegli errori che hanno troppe volte tragicamente marchiato le scelte del Consiglio superiore sul tema della lotta alla mafia e, in certi casi, hanno creato quelle condizioni di isolamento e delegittimazione istituzionale che hanno costituito il terreno più fertile per omicidi eccellenti e stragi». Pensiero condiviso da Ardita, secondo cui il no a Gratteri rappresenta non solo «una bocciatura del suo impegno», ma anche «un segnale devastante per tutto l’apparato istituzionale del movimento culturale».

Giuseppe Cascini ha però preso la parola per respingere «fermamente l’idea, anche solo suggestivamente evocata, che un voto nei confronti di un candidato diverso da Gratteri possa essere inteso come una delegittimazione nella sua azione e del suo ruolo di procuratore di Catanzaro». Ribadendo la sua vicinanza e stima all’intera procura calabrese, Cascini ha sottolineato che «nell’enfatizzare gli aspetti positivi del proprio candidato si dimentica la figura professionale degli altri», tutti in prima linea nel «contrasto alla criminalità organizzata». La guida della Dna richiede però «prudenza» – parola che ha fatto saltare sulla poltrona il leghista Stefano Cavanna -, non nei confronti della lotta alla mafia, «ma nei confronti delle procure distrettuali, rispettandone l’autonomia». E qualunque scelta, «sul piano simbolico» avrebbe confermato «che il paese è impegnato nella lotta alla mafia».

A spiegare la presa di posizione dei due vertici del Palazzaccio ci ha pensato Curzio, che ha definito Melillo un candidato «di particolare autorevolezza». Una scelta, quella sua e di Salvi, dettata dall’importanza dell’ufficio in questione, che si colloca nell’ambito della procura generale della Cassazione, ma anche finalizzata a garantire al prescelto il più ampio numero di voti possibili e «una posizione nitida e ferma», da parte del Csm, «per consolidare la legittimazione di colui che verrà nominato e dovrà assumere questa responsabilità». Una posizione, la sua, che ha suscitato le rimostranze di Cavanna poco prima del voto: «Mi fa pensare che si sappia già quale sarà il risultato».

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