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Il Coppi che non ti aspetti: «L’ergastolo? A volte è l’unico rimedio…»

Intervista a Franco Coppi: “La finalità rieducativa si può finalizzare anche attraverso una pena come quella dell’ergastolo, tenendo conto che oggi esso non rappresenta una pena definitiva come un tempo perché dopo 26 anni il condannato può essere riammesso alla libertà. E non dobbiamo scordarci della funzione retributiva della sanzione”

Ad una settimana dall’intervista agli avvocati Renato Borzone e Francesco Petrelli, difensori rispettivamente di  Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, condannati in primo grado all’ergastolo per la morte del vicebrigadiere Cerciello Rega, oggi ospitiamo il parere dell’avvocato Franco Coppi, avvocato della famiglia della vittima, con cui abbiamo parlato anche di altre questioni di politica giudiziaria.

Professore, molti ritengono che la pena inflitta ai due americani sia sproporzionata.  

Non si può non provare pietà per due giovani condannati ad una pena così severa. Tuttavia il delitto è obiettivamente gravissimo e il grado di colpevolezza dei due imputati è stato anch’esso ritenuto di livello molto intenso. Non dimentichiamo che la condanna per omicidio è stata accompagnata da alcune circostanze aggravanti, mentre non è stata concessa alcuna attenuante idonea a mitigare la severità della sanzione, prevista dal codice.

La pena dell’ergastolo va abolita perché non si concilia con il fine rieducativo della pena?

La discussione sulla finalità della pena va avanti da secoli. Occorre fare una riflessione: vi sono dei delitti molto gravi e dei soggetti – che possiamo definire delinquenti  – autori di numerosi reati gravissimi. Una volta interrogai un imputato il quale non ricordava neppure se avesse commesso 40 o 60 omicidi. Per situazioni di questo genere qual è la pena adeguata? La finalità rieducativa si può finalizzare anche attraverso una pena come quella dell’ergastolo, tenendo conto che oggi esso non rappresenta una pena definitiva come un tempo perché dopo 26 anni il condannato può essere riammesso alla libertà. E non dobbiamo scordarci della funzione retributiva della sanzione.

Qual è il suo pensiero in merito alla recente decisione della Consulta sull’ergastolo ostativo?

Sono contrario all’idea che ci siano casi nei quali in via preliminare si debba escludere qualsiasi possibilità di modificazione dell’ergastolo.Tutto deve essere rimesso alla sensibilità e all’acume del giudice di sorveglianza che deve capire e comprendere se è il caso di far cessare la pena perpetua o se essa, anche a tutela della società, deve essere mantenuta. A me non piacciono questi discorsi così tranchand: adesso va di moda parlare contro l’ergastolo ma questo tipo di sanzione, pur essendo atroce, in certi casi è l’unica tutela per la collettività.

Tornando al processo Rega sono emersi comportamente opachi da parte dell’Arma. Ciò ha suscitato in qualcuno preoccupazione. Lei condivide questa inquietudine?

No. Come per altri istituzione, l’Arma ha avuto dei momenti opachi; però ha sempre trovato in se stessa motivi di recupero. L’incidente di percorso anche grave e deprecabile può capitare a tutti. Tuttavia non mi pare che il caso di cui stiamo discutendo legittimi preoccupazione. Varriale è stato eletto dalla difesa come simbolo di falsità, ma i fatti hanno dimostrato che non è assolutamente così.

A diversi commentatori è apparsa sproporzionata anche la condanna per Natale Hjorth che non ha inferto le coltellate.

Il secondo imputato ha la responsabilità di tutta l’architettura di quello che è accaduto. È l’unico che conosceva l’italiano,  ha preso i contatti con tutti i vari interlocutori, ha studiato il luogo dell’incontro. Sotto il profilo del concorso nel reato ha portato un contributo essenziale: ed anche qui la legge stabilisce che in questi casi la pena può essere identica a quella inflitta all’esecutore materiale.

C’è chi ritiene che la presenza del danneggiato nel processo  può alterare la rigorosa parità tra accusa e difesa che si deve realizzare innanzi a un giudice terzo e imparziale.

Chi è rimasto vittima di un reato – si pensi ai familiari di una persona deceduta –  ha diritto a partecipare al processo, a contribuire all’accertamento della verità e a ottenere un risarcimento. Ciò che mi perplime è la moltiplicazione dei Soggetti e degli Enti che vengono considerati legittimati a costituirsi parte civile e che a parer mio dovrebbero rimanere fuori dal processo penale.

Ritiene che i giudici siano strutturati per respingere le influenze mediatiche e popolari?

Credo che sia i giudici togati che quelli popolari siano esseri umani, leggono i giornali, guardano la televisione, parlano in famiglia o con gli amici: un condizionamento è un fenomeno quindi umanamente comprensibile.

Crede che bisognerebbe riaprire il dibattito sull’opportunità e la reale funzione delle giurie popolari?

Noi abbiamo una Costituzione che dice che la giustizia si amministra in nome del popolo: si è pensato di attuare questo principio con l’istituto ibrido della Corte d’Assise. Un giudice togato è un uomo come gli altri e può dare le stesse garanzie di sensibilità e di buon senso di una persona qualsiasi. In più ha una conoscenza tecnica ed una esperienza che dovrebbero favorire nella valutazione dei fatti. Magari in Corte d’Assise per i reati più gravi si potrebbe passare da tre a cinque giudici di tribunale. Ma penso anche che la giuria popolare potrebbe essere soppressa senza grandi danni.

L’Italia ha da poco recepito la direttiva europea sulla presunzione di innocenza. Crede che sia un passo importante o sarebbe opportuno predisporre delle sanzioni per coloro  – magistrati e giornalisti – che non rispettano il principio?

Sono contrario all’idea di sanzioni; tuttavia ritengo che occorrerebbe un maggior senso della misura rispetto alla presunzione di innocenza. Tante volte l’avviso di garanzia è peggio di una sentenza di condanna. Poi quando arriva l’assoluzione dopo dieci anni, ad esempio, a nessuno importa. È incivile il modo in cui molto spesso vengo presentati i fatti e dato il resoconto dei primi esiti delle indagini.

Cosa ne pensa invece di questo ultimo scandalo che ha investito il Csm?

Essendo in questo ambiente da tanti anni, non mi meraviglio poi tanto. Si tratta di organismi di cui fanno parte uomini con i loro pregi e i loro difetti e talvolta prevalgono questi ultimi. Quando poi tutto questo emerge, i fatti diventano uno scandalo ma forse nella realtà sono più frequenti rispetto a quelli di cui veniamo a conoscenza. Bisognerebbe trovare un modo per ridurli al minimo: penso ad un nuovo sistema di elezione al Csm, alla formazione, alla rivisitazione del rapporto tra togati e non all’interno del Csm. Per trovare le giuste soluzioni occorrono poche persone sedute intorno ad un tavolo che entro un termine indichino la strada da intraprendere.

Quindi Lei non è favorevole alla commissione di inchiesta parlamentare?

Il problema va risolto a monte.

Però più la magistratura vive momenti di crisi e più rifiutano la separazione delle carriere, gli avvocati nei consigli giudiziari, il sorteggio al csm, una valutazione professionale reale. Secondo Lei la magistratura ha fatto veramente una autocritica oppure no?

In parte sì. Però conosco anche tantissimi magistrati i quali sono prontissimi a rimettere tutto in discussione. Magari, come spesso succede, sono i pochi che si agitano di più e riescono a prevalere sui molti che la pensano diversamente. Qui il problema è di chi si tira indietro e invece dovrebbe sentire il dovere di gettarsi nella mischia.

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