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Indro Montanelli ventuno anni dopo

Indro Montanelli ventuno anni dopo

Il 22 luglio è ricordo il ventunesimo anniversario della morte di Indro Montanelli. Quello che probabilmente è stato il più grande giornalista italiano del secolo scorso. Indimenticabile direttore del Giornale, storica firma del Corriere della Sera, fondatore della Voce. Un uomo che ha rappresentato un’icona dell’anticomunismo ed un punto di riferimento culturale per tutta l’area di centro-destra. Che però ha saputo rappresentare anche un elemento di sintesi di certi valori anche per molta gente di sinistra.

Memorabile l’opera omnia della sua vita, la Storia d’Italia, poiché proprio della storia Montanelli faceva il fulcro del suo lavoro. Affermava che un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente.

Indro Montanelli e il fascismo e gli studi

Prima giovane ragazzo entusiasta del Fascismo ne divenne successivamente oppositore. Frequentò l’università di Firenze ottenendo due lauree, la prima in giurisprudenza la seconda scienze politiche.

L’amicizia con lo scrittore fiorentino Berto Ricci lo spinse verso il giornalismo, portandolo a collaborare con la rivista culturale L’Universale, un periodico di gruppi universitari fascisti che aveva ottenuto alcuni attestati di appezzamento da Giovanni Gentile.

La rivista entrò in urto con il regime ufficiale e Montanelli ebbe l’occasione di visitare l’estero ed entrare in contatto con gli ambienti culturali francesi ed americani.

Allo scoppio della guerra di Etiopia si arruolò volontario.

Nasceranno molte polemiche su questa esperienza in tempo di guerra. Soprattutto perché contrasse, in base ad un istituto giuridico locale, un madamato, ossia una specie di matrimonio pro tempore con una ragazza del posto di soli 12 anni. Duramente criticato negli anni successivi durante la trasmissione televisiva dalla femminista Elvira Banotti, sarà nel corso degli anni difeso dallo stesso Marco Travaglio dalle accuse di razzismo.

La guerra civile spagnola

Montanelli strinse amicizia con il giornalista Leo Longanesi e riuscì ad essere assunto al Messaggero per il quale fece il corrispondente per la guerra civile spagnola. I suoi articoli considerati poco entusiasti e lesivi dell’onore delle forze armate italiane gli costarono l’espulsione dal Partito Nazionale Fascista e dall’albo dei giornalisti.

Grazie all’amicizia con il ministro fascista Bottai riuscì ad evitare il confino e fu mandato in Estonia a collaborare con degli enti statali. In un breve periodo di rientro in Italia riuscì ad essere assunto al Corriere della Sera. Qui Indro Montanelli iniziò, grazie anche all’esperienza maturata all’estero, a curare importanti articoli di politica e cronaca internazionale.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale gli diede l’occasione di diventare uno dei cronisti di guerra più apprezzati. Dapprima sul fronte polacco e poi su quello finlandese dove divenne noto ed apprezzato al grande pubblico.

Montanelli è sempre più diventato un punto di riferimento per molti italiani. Ha seguito di cronache di guerra rischiando anche di finire al muro, per la sua adesione ad gruppo antifascista dopo l’armistizio, se non fosse stato per l’intervento dell’arcivescovo di Milano cardinale Schuster.

Alla fine della guerra venne ingiustamente epurato dal Corriere della Sera. Face una breve esperienza di direttore in un giornale minore per essere reintegrato nel 1946 al Corriere. Di qui iniziò accompagnò gli italiani di molte generazioni la lunga esperienza professionale di un mostro sacro del giornalismo italiano.

Indro Montanelli fu l’uomo capace di illuminare l’occidente su quanto stava succedendo in Ungheria. Fu tra i fondatori del settimanale conservatore Il Borghese. Storica fu la sua intervista Papa Giovanni XXIII e la sua durissima ostilità verso quell’approccio che giudicava statalista ed i rapporti che riteneva inopportuni con l’URSS criticati aspramente dalle colonne del suo giornale con un botta e risposta con un imprenditore per il quale nutriva ammirazione: Enrico Mattei.

Messaggero per il quale fece il corrispondente per la guerra civile spagnola. I suoi articoli considerati poco entusiasti e lesivi dell’onore delle forze armate italiane gli costarono l’espulsione dal Partito Nazionale Fascista e dall’albo dei giornalisti.

Grazie all’amicizia con il ministro fascista Bottai riuscì ad evitare il confino e fu mandato in Estonia a collaborare con degli enti statali. In un breve periodo di rientro in Italia riuscì ad essere assunto al Corriere della Sera. Qui Indro Montanelli iniziò, grazie anche all’esperienza maturata all’estero, a curare importanti articoli di politica e cronaca internazionale.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale gli diede l’occasione di diventare uno dei cronisti di guerra più apprezzati. Dapprima sul fronte polacco e poi su quello finlandese dove divenne noto ed apprezzato al grande pubblico.

Montanelli è sempre più diventato un punto di riferimento per molti italiani. Ha seguito di cronache di guerra rischiando anche di finire al muro, per la sua adesione ad gruppo antifascista dopo l’armistizio, se non fosse stato per l’intervento dell’arcivescovo di Milano cardinale Schuster.

Alla fine della guerra venne ingiustamente epurato dal Corriere della Sera. Face una breve esperienza di direttore in un giornale minore per essere reintegrato nel 1946 al Corriere. Di qui iniziò accompagnò gli italiani di molte generazioni la lunga esperienza professionale di un mostro sacro del giornalismo italiano.

Indro Montanelli fu l’uomo capace di illuminare l’occidente su quanto stava succedendo in Ungheria. Fu tra i fondatori del settimanale conservatore Il Borghese. Storica fu la sua intervista Papa Giovanni XXIII e la sua durissima ostilità verso quell’approccio che giudicava statalista ed i rapporti che riteneva inopportuni con l’URSS criticati aspramente dalle colonne del suo giornale con un botta e risposta con un imprenditore per il quale nutriva ammirazione: Enrico Mattei.

L’addio al Corriere e la nascita de Il Giornale

All’inizio degli anni settanta si allontanò definitivamente dal Corriere non condividendone più la linea. Approdò inizialmente alla Stampa di Agnelli ed iniziò a scrivere anche per il settimanale Oggi.

Finalmente nel 1974 riuscì a fondare Il Giornale, grazie al suo linguaggio semplice e diretto che ricalcava lo stile di quotidiani americani ebbe un grande successo.

In quegli anni si accreditò ulteriormente anche come giornalista televisivo con frequenti rubriche ed apparizioni. Fu fortemente critico con Aldo Moro durante la prigionia affermando che come uomo dello Stato non poteva chiedere a questo di trattare con i terroristi.

Visse gli anni di piombo in prima persona venendo anche gambizzato dalle Brigate Rosse e perdonando successivamente gli esecutori materiali del gesto.

La storia con Berlusconi

Collaborò con Silvio Berlusconi il quale radicò ulteriormente la presenza di Montanelli in televisione. Il rapporto tra i due divenne forte e di leale collaborazione fino a quando Berlusconi decise di scendere in campo politicamente.

Montanelli continuò ad affermare di aver avuto sempre un rapporto leale dal punto di vista professionale con Berlusconi che si riduceva al fatto che Berlusconi era il proprietario della testata e Montanelli il padrone, e di aver interrotto tale collaborazione solo perché non riteneva opportuno che un imprenditore si occupasse direttamente di politica senza aver alienato preventivamente le proprie proprietà.

Fondò quindi un nuovo quotidiano, La Voce, che però non riuscì a sostenersi, probabilmente per la poca solidità del progetto imprenditoriale di fondo. Ebbe comunque la soddisfazione di tornare negli ultimi anni a collaborare con il Corriere della Sera.

In occasione del suo novantesimo compleanno fu invitato nella sua Fucecchio dove tenne una malinconica quanto bellissima conferenza ribadendo la sua appartenenza alla comunità umana fucecchiese e definendosi un toscano che vive a Milano. Mostrando anche un grande attaccamento alla città che lo aveva accolto e naturalizzato.

Negli ultimi anni fu in urto con il centro-destra e arrivò ad appoggiare Massimo D’Alema, giustificando tale scelta con la paura di poteri troppo ampi per Silvio Berlusconi. Lasciò comunque aperto qualche spiraglio con altri partiti della coalizione.

Indro Montanelli è morto nella sua Milano, la città che lo aveva fatto l’uomo che era. Riposa della sua Fucecchio, la città che lo aveva formato. Ma sicuramente Montanelli per quello che ha dato, per quello che è stato è per quello che ha scritto vive ogni giorno in molti italiani.

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