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Libertà di farsi e di disfarsi: il diritto contro la vita

Oggi la Corte Costituzionale si pronuncerà anche su due grandi quesiti che incombono ormai come nubi da molti anni sulla nostra società: l’ammissibilità del referendum sull’eutanasia legale o meglio il suicidio assistito e la legalizzazione della cannabis. Due temi di diversa portata ma di uguale ispirazione radicale.

Sul primo è intervenuto con sorprendente forza e tempismo Papa Francesco sostenendo, coerentemente con la posizione della Chiesa e con la visione cristiana della vita, che va riconosciuto il diritto alla vita e non alla morte; è giusto frenare l’accanimento terapeutico e accompagnare alla morte, ma senza aiutare alcuna forma di suicidio. Che peso avrà l’intervento papale e il pronunciamento della Chiesa sulla decisione della Consulta? Domani lo sapremo e capiremo se il Papa viene preso in considerazione quando parla di accoglienza e di ambiente mentre viene ignorato se parla di diritto alla vita e alla nascita e non di diritto alla morte.

Diritto alla vita: non siamo giudici supremi ma siamo giocatori

Al di là dei motivi religiosi, come si possono considerare le questioni sollevate dai radicali sul piano legale, civile e umano? Nessuno può ergersi a giudicare la sofferenza, la fragilità, la paura altrui; e non giudicheremo mai le scelte personali, soggettive, in quelle condizioni estreme di vita. Non siamo giudici supremi ma siamo giocatori, e mortali, come coloro che decidono di togliersi la vita. Quel che invece si può e si deve contestare è la pretesa che la Legge, lo Stato, la Sanità, la Società debbano sancire il diritto alla libera morte e agevolarlo; dopo avere già negato con l’aborto il diritto alla vita del nascituro. E il fatto che queste norme siano in vigore da anni in alcuni paesi del nord Europa non è motivo d’incoraggiamento ad adeguarsi, semmai il contrario; peraltro la legalizzazione del suicidio assistito, la sua facilitazione, ha prodotto un incremento notevole di suicidi.

Non si devono del resto confondere i casi limite, solitamente sbandierati, di vite ormai terminali e poco più che vegetali, con quel che realmente si vuol far passare: il diritto a morire per ogni uomo sulla base della propria scelta sovrana (la vita è mia e me la gestisco io, morte inclusa); e il relativo diritto ad essere assistiti in caso si decida di sottrarsi alla vita, anche quando la vita non è ridotta in condizioni irreversibilmente terminali. Ripeto: non si discutono le scelte personali, anche estreme, magari aiutate da qualcuno; ma si contesta la richiesta di legalizzare il suicidio assistito, cioè la pretesa di “complicità” dello Stato, della legge, delle strutture ospedaliere per queste pratiche estreme. Quel che dovrebbe distinguere la sfera pubblica è la tutela della vita, e non il diritto alla morte.

Droghe

Lo stesso criterio a mio parere va applicato in tema di legalizzazione delle droghe cosiddette leggere. Non si tratta di giudicare coloro che fanno uso lieve di droghe leggere, non ci ergiamo a loro giudici; ma è inaccettabile che debba essere lo Stato, la Legge, il Diritto, a sancirne la piena liceità. Perché è molto controversa la definizione di droga leggera e controversi sono i suoi confini; non sono pratiche del tutto innocue e neutrali, e senza alcuna ricaduta sociale; è molto aperto il tema se la legalizzazione della cannabis agevoli poi il passaggio dalle droghe leggere a quelle più nocive; ed è comunque una forma di dipendenza e di abdicazione del proprio pieno controllo delle facoltà mentali che si può magari fare a proprio rischio ma senza l’approvazione della legge.

E non smantella il racket clandestino della droga più di quanto non lo supporti, curandosi del primo grado di avviamento all’uso di sostanze stupefacenti che poi magari proseguirà nello spaccio.

A livello personale e privato si può pure concepire, ma senza la pretesa di avere il sostegno pubblico, legale, statale. Liberi di decidere se usarlo, ma non chiedete il nullaosta legale per farlo. E se ci sono altre pratiche altrettanto nocive, come l’alcolismo, l’ipernutrizione e il fumo, è il caso di chiedersi come arginarle, e non il contrario, di estendere la liceità anche alla cannabis, e magari via via ad altre erbe o sostanze. Se si abbatte anche la barriera culturale e civile, morale e simbolica, prima che legale, passa l’idea che libertà sia farsi e disfarsi in assoluto, a proprio piacimento.

La Cappa

A questa tendenza della nostra società ho dedicato un ampio capitolo nel mio ultimo libro, La Cappa, soffermandomi in particolare sul bio-liberismo che per molti versi si può leggere come un “liberomortismo”: diritto al suicidio, all’aborto, all’uso della droga. Libera morte in libero Stato.

In quelle pagine ho sottolineato una contraddizione davvero stridente: la nostra società invoglia al bioliberismo assoluto nella sfera privata ma poi allarga sempre più il regime di sorveglianza sulla sfera pubblica; ora per motivi sanitari ora per motivi securitari, ora perché invade il campo libero delle opinioni, delle idee con prescrizioni e proscrizioni, codici di correttezza e censure applicate anche alla storia. Un controllo capillare, digitale, molecolare, a cui si unisce l’orizzonte coatto del politically correct e dei suoi santuari intoccabili. Sfogatevi nel privato, ma conformatevi nel pubblico: liberi di farsi e disfarsi, di coltivare l’erba voglio, ma poi coatti, vigilati e conformati nel nuovo sistema globalitario. Bioliberismo in un regime illibertario. Bel mostro, vi pare?

MV, La Verità

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