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Napoleone, l’uomo che si fece destino

Napoleone – E allora qual è la sentenza? Sono passati due secoli esatti da quel 5 maggio del 1821 e il tempo è maturo per rispondere all’ardua sentenza chiesta a noi posteri da Manzoni: fu vera gloria? Napoleone Bonaparte ebbe gloria folgorante ma non duratura e la sua gloria fu pari al vituperio. Ebbe gloria storica ma non gloria eterna, quella che discende dai cieli e poi vi risale. Del resto non era più tempo di gloria divina, la religione era stata messa dalla Rivoluzione francese sotto i piedi. Separata dal sacro la gloria era decaduta in fama, e senza il potere scemò il prestigio; di lui restò la memoria; e le tracce, i cimeli. Napoleone fu un ricordo già da vivo, negli anni dell’esilio. Fulgida fu l’ascesa, rapida la discesa. Dagli altari alla polvere, disse Manzoni.

Ma quale fu la gloria di Napoleone? Non ripeterò i ritratti e i bilanci che per il bicentenario riempiono le pagine di questi giorni, non ripercorrerò le sue imprese e le sue battaglie, la sua grandezza e i suoi crimini. Cercherò piuttosto di capire l’impronta di Napoleone sul piano delle idee, dei simboli e della storia.

Napoleone fu l’apoteosi della storia: con lui il mito si fece storia, si secolarizzò. Il suo fu il secolo storico per eccellenza; lui ne fu l’apice e l’inizio. Con lui la Rivoluzione si fece Stato, il popolo si fece nazione, la repubblica si fece impero. Rivoluzione come cambiamento radicale e come ritorno in senso astronomico all’autorità sovrana e agli ordinamenti.

Hegel per le strade di Jena lo vide come lo Spirito del mondo a cavallo, un punto luminoso in cui si concentrava l’Assoluto e irrompeva nella storia. Per il filosofo Dio si era fatto Storia; lo Spirito montava a cavallo. Ma Napoleone fu piuttosto l’irruzione della volontà di potenza; quella volontà di potenza che percorre latente i secoli e che alla fine del suo secolo Nietzsche pone come la grande energia che muove il mondo e ne comanda il corso. Ecce Homo, il Superuomo solo al comando. Beethoven gli dedica la sinfonia n.3, l’Eroica, che poi revoca. Con Napoleone l’uomo si crede padrone del destino; con lui assurge e naufraga.

Dalla volontà di potenza al delirio di onnipotenza: è il cammino della modernità che si concentra sotto il mitico cappello di N. La sua legittimazione non viene da Dio e nemmeno dalla Tradizione, o da una dinastia; ma viene conquistata sul campo. Dal Sacro Romano Impero all’impero del self made man. La potenza della volontà oltre che la volontà di potenza. N. piega la storia al suo passaggio: papi e romanità, chiese e regni, capolavori d’arte e retaggi antichi. Il cesarismo si fa moderno, secolare, borghese. Il destino si fa individuale, apoteosi del singolo e gigantografia dell’io ambizioso.

Sullo sfondo recitano la solita litania: fu schiavista, razzista, sessista, dittatore, militarista, imperialista, colonialista, misogino. È assurdo liquidare il passato con le categorie presenti o sottoporlo alla trafila del bene e del male come li intendiamo oggi. Basterebbe fermarsi alla saggezza di Benedetto Croce: la storia non è mai giustiziera ma sempre giustificatrice. Il fatto compiuto non si può revocare; coltiviamo i nostri giudizi ma senza cancellare o censurare quel che è scritto col sangue della storia.

Napoleone appare da un verso un’irripetibile parentesi nel corso storico, così diversa da ciò che lo precedette e da ciò che ne seguì, così diversa dall’ancien régime come dalla rivoluzione giacobina, di cui fu un’originale sintesi e deviazione. Diversa anche da restaurazioni e da risorgimenti nazionali. Fu un crocevia.

Ma dall’altro verso non si spiegherebbe la storia del suo secolo e del secolo che ne seguì senza la sua impronta: fu una reazione a lui, un’insurrezione contro di lui, un’imitazione dei suoi metodi, la prosecuzione della sua visione dello Stato. Il fascismo, ad esempio, ne fu impregnato: volontà di potenza e d’impero, sintesi di romanità e rivoluzione, codici e stivaloni, guerre di conquista e concordato con la chiesa, opere di modernizzazione e culto del Capo.

Qualche anno fa a Parigi misero le lancette due secoli indietro per un remake dell’incoronazione di Napoleone. Lui passava invisibile e fatale tra due ali di folla per andarsi a prendere la corona di imperatore. La chiesa che l’ospitava era proustiana sin nel nome, Madeleine. 1500 invitati, tra cui i discendenti dell’imperatore, per rivivere l’incoronazione a Notre Dame del 2 dicembre del 1804 di quel piccolo grande generale, mezzo italiano, che scalò le vette del comando, battagliò dappertutto, esportò codici e modelli statali, asportò opere d’arte e fresche leve militari, arricchì il Louvre, unificò l’Europa in modo sbrigativo ma efficace; ne fu l’ultimo vero Capo. Napoleone fu il riscatto dei borghesi e dei militari rispetto alla nobiltà e al clero, dei provinciali rispetto ai metropolitani, degli isolani rispetto ai continentali, dei bassotti rispetto ai longilinei.

Della sua fama resta l’alone e la nomea. Il tipico mitomane è figurato come Napoleone, con una mano infilata sul petto e una dietro, la feluca e il cerro pazzo sulla fronte corrucciata. Ma in N. il delirio coincise con la storia; la sua megalomania andò al potere. Ieri i mitomani si credevano Napoleone; oggi sono peggiorati, si credono se stessi.

Napoleone oggi è un’icona e un fantasma perché la storia è finita. Non la storia come eventi e conflitti, che continua; ma il senso storico, la memoria storica, la storia solenne, la conoscenza del passato. C’è solo uno stralcio di memoria ancora vigente, ma serve solo per sancire lo spartiacque tra il Bene e il Male Assoluto. I posteri hanno altro da fare che rispondere alla sentenza chiesta da Manzoni; ma il suo 5 maggio resta il necrologio insuperato, più denso e più vero di Napoleone. Mia madre la recitava spesso, in tono ora enfatico ora ironico. Poco prima di morire ci chiese che giorno fosse. Era il 5 maggio.

MV, La Verità

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