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Perché il contratto dei bancari è una sfida per Cgil, Cisl e Uil

La firma del contratto nazionale nel settore dei bancari sta innescando reazioni a catena. Il caso della Cisl.

«Oggi consegniamo alla Camera dei Deputati 200 scatole che contengono quasi 400mila nomi e cognomi. Donne, uomini, lavoratori, pensionati, studenti che hanno dato la propria adesione, il proprio sostegno e la propria firma alla proposta di legge di iniziativa popolare della Cisl sulla partecipazione dei lavoratori alle scelte e ai profitti delle imprese e sulla democrazia economica». Sono le parole di Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl, che pochi giorni fa ha chiuso il cerchio con la raccolta delle firme per una proposta di legge “dal basso”. Non è chiaro che fine farà la battaglia parlamentare del sindacato d’ispirazione cattolica: molti osservatori pensano che possa essere solo l’ennesima iniziativa di bandiera, altri che possa ricevere un minimo di attenzione da qualche forza politica, specie nella maggioranza di centrodestra viste le posizioni passate delle forze che sostengono il governo Meloni. L’argomento non è particolarmente digeribile. Anzi. Nonostante qualche esperienza in altri paesi europei, come la Germania (ma i paragoni spesso sono un gioco d’azzardo), la partecipazione – ovvero la presenza dei rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle aziende – resta un tema ostico. E definirlo per legge è una questione complessa.

Qualcuno si chiede se Sbarra sia stato in qualche modo costretto a muoversi perché in casa sua, la First, la sigla dei bancari, ha appena ottenuto un risultato con la sottoscrizione del nuovo contratto collettivo. Nell’accordo sottoscritto in Abi lo scorso 23 novembre è previsto che «le parti riconoscono che la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori alla vita delle imprese/gruppi nelle sue diverse forme contribuisce alla produttività del lavoro, al miglioramento dell’ambiente lavorativo, allo sviluppo anche sociale delle persone e all’assunzione delle rispettive responsabilità, quali fattori strategici di crescita per le imprese/gruppi e per la valorizzazione delle persone che vi lavorano. In tale prospettiva, nelle imprese/gruppi si potrà congiuntamente valutare di adottare – anche in via sperimentale – forme di partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori per contribuire alla gestione del cambiamento e/o per promuovere il benessere sui luoghi di lavoro e un ambiente di lavoro inclusivo, anche funzionali per aumentare la competitività delle imprese e la produttività del lavoro e/o per condividere i risultati d’impresa. Ogni eventuale iniziativa verrà adottata con modalità coerenti con i relativi contenuti ed i contesti di riferimento.». Se questo articolo possa convincere concretamente le banche ad aprire i consigli di amministrazione ai loro dipendenti è davvero difficile dirlo. Non solo perché non ci sono riferimenti espliciti ai board, ma soprattutto perché mancano obblighi e sanzioni: e, se una norma non è accompagnata da questi elementi fondamentali, corre il rischio di restare lettera morta. Certo lo Sbarra dei bancari alias Riccardo Colombani (segretario generale First) va molto fiero di questo risultato e non ha mancato di rimarcare la sua personale soddisfazione durante le riunioni sul contratto a Palazzo Altieri oppure nelle dichiarazioni a mezzo stampa.

Da questo punto di vista Colombani non è solo. Si sta muovendo un po’ come Susy Esposito della Fisac Cgil che ha ottenuto, battendo i pugni sul tavolo in Abi, la riduzione dell’orario di lavoro di 30 minuti (da 37 e mezza a 37 settimanali) di fatto giocando d’anticipo rispetto a un tema che sta particolarmente caro al grande capo della confederazione di Corso Italia, Maurizio Landini. Sarà una moda, saranno mezzi bluff: fatto sta che i confederali, qui ci riferiamo alla Cgil e alla Cisl, cominciano a essere messi in difficoltà dalle fughe in avanti dei “loro” bancari.

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